Una Famiglia perfetta” – Una commedia  che tra le sue origini dal  film spagnolo “Familia” di Fernando Leon de Aranoa crea un universo narrativo in cui realtà e finzione si confondono e si perdono fino a diventare unico  linguaggio in cui la scena è l’espressione umana e vera per definire stati sociali e personalità. Una sceneggiatura prima di sbavature e perfetta, senza patetismi, retoriche o dialoghi scontati, che produce una forte trait d’union  tra attore-personaggio-pubblico, soprattutto quello artistico,  vicino a certe dinamiche rappresentate. La coppia Luna & Pietro (rispettivamente Eugenia Costantini ed Eugenio Franceschini) sono figurare complementari, simbiosi rappresentative nel disequilibrio emotivo    e disincantato nel rapporto con l’arte e il proprio talento. Il loro dialogare è sempre contenuto con  maturità e stile in uno stato sociale in cui i sogni si perdono in una realtà violenta che fragilità ogni possibilità e che spesso dimentica ed esclude. E’ allora che si fanno avanti brutalmente pensieri speranzosi che limitano la propria audacia a fantasie di successo assoggettate alla fortuna e certe superficialità che per irrispettosamente omettono la sovranità artistica assoluta (Ilaria Occhini). Paolo Genovese, non è solo regista di un’opera di sublime lirismo ma diventa  comunicatore di qualcosa al di sopra della vita stessa, una forza che trova la propria essenza nell’intimità più profonda dell’essere umano, il coraggio di andare avanti, la fiducia verso le proprie capacità e uno stimolo a non mollare mai.  Egli mostra una maturità linguistica,  una padronanza di codici e  sintassi che fanno di ogni momento scenico  uno stato di enfasi tra indissoluto rigore estetico e soggettivismo espressivo. Merito anche di un cast attoriale  equilibrato, intelligente che ne assume le dinamiche e le esprime con impulso emotivo ed elegante delicatezza. Figure  pirandelliane,  elementi rappresentativi di una sinonimia classica ma autentica in uno stato di invisibile espressione ma di grande percezione empatica. Fortunato (Marco Giallini) è la rappresentazione dell’amore  puro e  innocente,  complice,  che sfugge a certe logiche spietate per esprimersi nella semplicità e nel credo temporale.  Sole (Carolina Crescentini)  rivendica l’illusione romantica dei sentimenti  con imprudenti e decisive manifestazioni alle quali  si sottrae con leggera e intima dolcezza. Un amore  precario  ripensante, come affermato dalle stesse parole di Carmen (Claudia Gerini)   ma con il dovere di crederci con romantica innocenza e divertente ironia. Perché bisogna essere sempre così perfetti per poter amare e desiderare la felicità? Così Carmen diventa il simbolo di forti dissonanze, quello  tra mente e cuore, in un continuo rimando di impulsi emotivi e di autocontrollo che valuta le incertezze con garbo e idillio in una genesi singolare espressiva in uno stato temporale che poeticamente annulla il presente per relazione il passato con il futuro. Infine, Leone (Sergio Castellitto), la cui interpretazione è assoluta e degna di uno studio accademico. L’attore produce e riproduce stratificazioni umorali attraverso improvvisazioni spiazzanti e di forte intensità, un esercizio di stile complesso e argomentato in una disequazione diabolicamente efficace in un’astrusa grammatica comportamentale che manovra analiticamente ogni attimo e istante poetico. Dalle invenzioni oniriche surreali deriva una metrica densa di pathos che si esalta in un ploit point intenso, che rende il momento denso e fuggente, imponendo allo stesso, un limite soggettivo oltre il quale non andare. Ogni personaggio è guidato con coerenza e buonsenso funzionale al plot narrativo e arricchevole nel contenuto come i due bambini sempre presenti nella scena e Alicia (Francesca Neri), unico elemento vero, che introduce una certa estraneità nel mistificante palcoscenico.

Opera da antologia, la  migliore del regista romano, che rimarrà nella storia cinematografica italiana e nella memoria collettiva.

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Una Famiglia Perfetta

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